LE FRATTURE DELLE OSSA DELLA MANO!

La mano può essere in varia misura coinvolta in traumi più o meno gravi. La corretta diagnostica, la precisione nell’intervento e l’accuratezza nelle decisioni post-operatorie sono essenziali per garantire un recupero della funzionalità che sia il più vicino possibile alla completezza. Specializzata nei movimenti fini, la mano non è solo terminale dell’arto superiore ma anche un tramite necessario all’uomo per relazionarsi nella vita quotidiana. Tutto questo rende la chirurgia della mano una branca dell’ortopedia sempre più specializzata: la formazione all’interno di molti e diversi ospedali a carattere prettamente ortopedico di unità specialistiche che si interessano solo ed esclusivamente delle problematiche che coinvolgono la mano e le dita, rende la misura di quanto sia importante un iter diagnostico terapeutico impeccabile. L’improvvisazione e l’essere autodidatta non permette di garantire una appropriata scelta del trattamento idoneo. Dato il polimorfismo con le quali le lesioni si presentano a livello della mano, risulta difficile schematizzare le lesioni e quindi codificarne un trattamento unilaterale per ogni lesione. Alcuni concetti di base valide per il trattamento di molte patologie ortopediche, tuttavia, possono essere applicate anche ai traumi della mano: una accurata detersione della ferita, meglio se effettuata tra le 6 e le 12 ore dal trauma, previene l’eventuale sviluppo di sovrainfezioni; la riduzione delle fratture lussazioni per evitare lo sviluppo di retrazioni muscolotendinee come fibrosi, la riparazione dei tessuti molli ponendo particolare attenzione alla ricostruzione di tendini e dei fasci vascolonervosi. Un capitolo che spesso può essere sottovalutato ma che porta con sé una notevole importanza è la sutura cutanea: non solo la precisione nella sutura deve essere quasi estrema per evitare che i margini possano andare in necrosi a causa dello strato sottilissimo di sottocute spesso presente, ma la capacità della mano di seguire quei movimenti che ci relazionano nella vita quotidiana, impone al chirurgo della mano che è anche specialista, vascolare, nervoso, una accuratezza capillare nella ricostruzione sia degli strati profondi (ossei e muscolari) sia delle componenti pascolo-nervose della cute.

Alcuni dati ci informano di quanto ampia sia la traumatologia della mano: il 10% circa del totale delle fratture del nostro corpo, infatti, è localizzata proprio a livello delle falangi e dei metacarpi.

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 Fig. 1 A e B: mostrano trattamento con osteosintesi con viti di frattura di dialisi di  metacarpo.

Questo dato sale drasticamente se se selezioniamo le fratture che coinvolgono solo l’arto superiore, del quale ben l’80% corrisponde alla sua parte terminale. Un secondo dato degno di attenzione è la causa dei traumi: si calcola che tra incidenti sul lavoro e incidenti domestici le fratture coinvolgono la mano si aggirino addirittura attorno alle 500.000 all’anno solo in Italia.. uno dei primi compiti del chirurgo della mano è sicuramente quello di garantire la guarigione delle fratture evitando accuratamente di interferire con la normale guarigione dell’osso. Sia che si decida per un intervento chirurgico che per una riduzione non chirurgica si deve tenere presente la funzionalità definitiva la funzionalità definitiva alla quale si vuole ritornare. La scelta del mezzo di sintesi, quindi, qualora si decidesse per la strada chirurgica, deve essere il più appropriato possibile per riportare la mano alla guarigione, rendendole anche fisiologica la funzionalità. Nelle fratture delle falangi ad esempio una sintesi interna rigida, pur portando ad un ottimo risultato sul paino osseo, potrebbe generare delle difficoltà nello scorrimento tendineo, generando dei fenomeni di rigidità.

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Fig.2  A e B: frattura diafisaria di falange prossimale tratta con viti.

La sintesi rigida deve essere scelta quando le condizioni cliniche lo permettono, ma anche quando si pensa ad una precoce mobilizzazione della falange, per evitare fenomeni aderenziali. Deve essere ricordato, prima della scelta dell’approccio chirurgico, che la stabilità della frattura risente in maniera diretta del grado di energia del trauma: traumi a bassa energia determinano infatti fratture spesso stabili, con integrità del periostio e dei tessuti molli circostanti, mentre traumi in cui le componenti energetiche siano bi o tridirezionali piuttosto che ad alta energia, determinano spesso scomposizione delle fratture, complicanza nei tessuti molli e non integrità del periostio.

 

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